Seguici su Google

terremoto 1633099436

L’Italia è un Paese ad elevata sismicità: ogni giorno ci sono numerosi terremoti di piccolissima intensità, spesso registrati solo dai sismografi ma non sentiti dalla popolazione, che attestano i numerosi spostamenti che si verificano sotto la penisola.

 

Proprio a causa dell’elevato rischio sismico, l’INGV, ossia l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, effettua continue misure e ricerche che permettano di conoscere meglio le cause e i segnali che possono permettere, se non di prevenire un terremoto, almeno di stimare l’incremento di probabilità che esso si verifichi.

 

L’anidride carbonica e i terremoti

Tra gli studi degli ultimi anni che maggiormente sono stati condotti dall’INGV e da alcune Università italiane ci sono quelli relativi all’incremento dell’anidride carbonica emessa dalla Terra. Le zone sismiche, così come quelle vulcaniche, emettono regolarmente maggiori quantitativi di CO2 rispetto ai terreni normali. In seguito a eruzioni o terremoti, l’anidride carbonica risale dalle profondità della crosta terrestre in cui si forma e si diffonde sulla superficie.

 

Proprio le misure di anidride carbonica nelle aree sismiche permettono di migliorare il monitoraggio effettuando misure continue della concentrazione di questo gas. Eventuali incrementi possono infatti indicare un maggiore rilascio dal profondo della crosta e, quindi, un incremento del rischio che si possa verificare un terremoto.

 

L’origine profonda dell’anidride carbonica

Per comprendere meglio come l’anidride carbonica possa essere un indice dell’attività sismica è necessario specificare che quando si parla di CO2 di origine vulcanica o sismica ci si riferisce a un gas caratterizzato da un particolare isotopo dell’atomo di carbonio. Pertanto, quando si effettua l’analisi della tipologia di carbonio emessa, si potrà definire se esso è di origine profonda o meno.

 

Ma come fa l’anidride carbonica ad essere presente all’interno della crosta terrestre? La risposta è molto semplice ed è che essa si genera dai carbonati, sali che caratterizzano tutte le rocce dell’Appennino. Le continue pressioni a cui sono soggetti i carbonati al di sotto della crosta terrestre può portare a fratture e rilascio di molecole di CO2 che, tuttavia, non riusciranno a salire attraverso la struttura rocciosa, ma verranno raccolte in veri e propri serbatoi sotterranei oppure andranno a disciogliersi nelle acque della falda sotterranea.

 

Quando si verifica un terremoto, solitamente, ci sono una serie di micro-scosse causate dalla formazione della prime fratture attraverso le quali potrà risalire il gas. terremoto vero e proprio, ossia all’apertura delle faglie, avviene il rilascio di maggiori quantitativi di gas che potranno essere registrati sia a livello terrestre sia disciolti all’interno delle acque.

 

Cosa dicono gli studi

Uno dei principali problemi legati alle misure di CO2 in relazione ai terremoti è che esse possono essere effettuate solo subito prima, durante o subito dopo il verificarsi dell’evento sismico. Tuttavia, come evidenziato in apertura, l’Italia e soprattutto l’Appennino Centrale, sono caratterizzati da un’elevata attività sismica che ha permesso agli studiosi di creare un vero e proprio data base che, nell’arco di oltre dieci anni, ha evidenziato il comportamento dell’anidride carbonica in relazione al verificarsi dei terremoti.

 

Quello che è emerso, è che in corrispondenza di ogni evento sismico la quantità di CO2 disciolta all’interno delle acque dei pozzi o rilasciata dal terreno, aumenta regolarmente. Si tratta di una correlazione evidente e confermata da un gran numero di dati: tuttavia sono ancora da comprendere le dinamiche, ossia se il rilascio di anidride carbonica in seguito a pressione generata dal gas possa generare la frattura oppure se le faglie si formano per altre cause e, quindi, la risalita di CO2 è solo una conseguenza della maggiore disponibilità di spazi in cui il gas può viaggiare.

Seguici su Google