C’è un dramma di rilievo epocale: le isole di plastica, composte da rifiuti galleggianti in mare aperto. Risulta senza dubbio uno dei problemi principali dell’umanità, eppure cominciano a diventare habitat per alcuni animali marini. Questi ultimi, che vivono normalmente sulle coste, sono stati capaci di dar vita a nuove forme di comunità ‘neopelagiche’.
Lo studio
A dirlo è una campagna di studio nell’Oceano Pacifico guidata da Linsey Haram, citata anche dall’Agenzia di stampa ANSA.
Ormai, in tutti i mari del pianeta esistono vere e proprie isole di rifiuti galleggianti. da cosa sono composte? In primis da plastica di ogni tipo e resti di reti da pesca. Queste ultime possono essere anche molto estese e sono un pericolo per molti animali marini, in quanto sovente sono intrappolati nei detriti oppure li scambiano per cibo.
Ma la cosa sorprendente è che queste enormi zone di rifiuti, rimodellate di continuo dalle onde e dalle correnti, stanno diventando anche dei nuovi habitat per molte specie.
I campioni
Si sono raccolti 105 campioni di detriti durante una campagna di studio fatta tra il 2018 e il 2019 nel Pacifico settentrionale. I ricercatori americani hanno trovato la presenza, nel 70% dei detriti, di specie che vivono normalmente lungo le coste. In altre parole, anomali costieri che sono riusciti ad ambientarsi molto bene con un materiale artificiale.
Ma è un problema colossale!
Può sembrare paradossale ma è un grosso problema. Intanto perché eticamente non va bene immettere nell’ambiente delle sostanze che non si degradano mai. Poi, in secondo luogo, sussiste il problema che la plastica viene ingerita da molte specie animali che poi rovina stomaco e organi interiori.
Infine, queste isole sono formate anche da microplastiche, che entrano nella catena alimentare, e alla fine arrivano persino dentro il nostro corpo. Ecco perché se la natura riesce a salvarsi nonostante disastri umani non siamo giustificati a continuare a immettere rifiuti nell’ambiente.