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demenza senile In un’epoca in cui la demografia globale sta invecchiando rapidamente, la ricerca sulla demenza assume un’importanza cruciale. Più di 20.000 volontari hanno deciso di partecipare a un’iniziativa di ricerca innovativa, il cui scopo è accelerare lo sviluppo di farmaci per la demenza concentrandosi sulla rilevazione precoce e l’intervento tempestivo. Questo studio pionieristico mira a ritardare significativamente l’insorgenza dei sintomi della demenza, esplorando il ruolo dell’infiammazione e del metabolismo nel declino cognitivo.

 

Il progetto, che vede la partecipazione di individui sani a rischio aumentato di sviluppare demenza, permette agli scienziati di testare l’efficacia di nuovi farmaci nel rallentare il declino di varie funzioni cerebrali, tra cui la memoria. L’obiettivo è ritardare l’insorgenza della demenza, intervenendo prima che i sintomi diventino evidenti. Questo approccio si basa sulla premessa che intervenire nelle fasi iniziali della malattia può essere più efficace.

 

La ricerca è stata condotta da un team di scienziati dell’Università di Cambridge, in collaborazione con l’Alzheimer’s Society, e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Medicine. Il gruppo ha reclutato persone di età compresa tra i 17 e gli 85 anni, creando la cosiddetta Genes and Cognition Cohort all’interno del National Institute for Health and Care Research (NIHR) BioResource. Questo database, istituito nel 2007, raccoglie volontari disposti a partecipare a studi di medicina sperimentale e trial clinici, fornendo dati dettagliati sulla loro genetica e composizione fisica.

 

I ricercatori hanno utilizzato una combinazione di test cognitivi e dati genetici, insieme ad altre informazioni sanitarie e demografiche, per condurre uno studio su larga scala sui cambiamenti cognitivi. Questo permetterà di reclutare partecipanti per studi sul declino cognitivo e nuovi trattamenti per questo. Ad esempio, una compagnia farmaceutica potrebbe utilizzare il BioResource per reclutare persone in base al loro profilo e invitarle a partecipare a un trial clinico, monitorando se il farmaco rallenta il loro declino cognitivo previsto.

 

Il professor Patrick Chinnery, del Dipartimento di Neuroscienze Cliniche di Cambridge e co-presidente del NIHR BioResource, ha sottolineato l’importanza di questa risorsa, unica nel suo genere a livello globale, per accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci. Ha evidenziato come, nel corso del tempo, la funzione cognitiva tenda a diminuire, e come il team abbia tracciato la traiettoria prevista delle varie funzioni cognitive nel corso della vita dei volontari, in base al loro rischio genetico.

 

Il team ha identificato due meccanismi che sembrano influenzare la cognizione con l’età e potrebbero essere bersagli potenziali per rallentare il declino cognitivo e, di conseguenza, ritardare l’insorgenza della demenza. Il primo di questi è l’infiammazione, con le cellule immunitarie specifiche del cervello e del sistema nervoso centrale, note come microglia, che causano un deterioramento graduale del cervello e quindi della sua capacità di svolgere funzioni cognitive chiave. Il secondo meccanismo riguarda il metabolismo, in particolare il modo in cui i carboidrati vengono scomposti nel cervello per rilasciare energia.

 

Il dottor Richard Oakley, direttore associato della ricerca e dell’innovazione presso l’Alzheimer’s Society, ha enfatizzato l’importanza di questo studio nel migliorare la comprensione delle malattie che causano la demenza e nello sviluppo di nuovi trattamenti che mirano alle prime fasi di queste malattie. Ha inoltre sottolineato come i dati raccolti dai volontari aiutino a comprendere meglio la connessione tra i geni dei partecipanti e il declino cognitivo, aprendo la strada a ulteriori analisi rivoluzionarie in futuro.

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