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AdobeStock 755188995 Chi è Shellenberger?

Michael Shellenberger è un ex attivista ambientale americano, co-autore della campagna per le rinnovabili “Apollo Project”, consulente ONU e oggi una delle figure più critiche nei confronti della narrativa catastrofista legata al cambiamento climatico.

Nel suo libro “Apocalypse Never: Why Environmental Alarmism Hurts Us All”, sostiene che l’ambientalismo moderno è diventato una religione laica, basata più sulla paura che sui dati, e che molte politiche green rischiano di danneggiare proprio chi dovrebbero aiutare.

 

I tre pilastri della sua critica: ambientalismo, povertà ed energia

Panico climatico = politiche sbagliate

Shellenberger non nega il cambiamento climatico. Al contrario: lo riconosce come reale, ma sostiene che il panico con cui se ne parla porta a decisioni affrettate, ideologiche e inefficaci. Secondo lui, dichiarare un’emergenza climatica permanente non aiuta nessuno, soprattutto perché:

  • genera disinformazione (es. “il mondo finirà entro 12 anni”),
  • spinge le persone a rifiutare le soluzioni praticabili (come il nucleare),
  • distorce le priorità politiche (es. proibire la plastica nei paesi poveri dove mancano ancora i depuratori).

Il suo punto è chiaro: il meteo non si cura col panico, ma con ingegneria, pianificazione e rispetto per le realtà locali.

 

Le rinnovabili non bastano

Shellenberger è critico verso la retorica sulle rinnovabili, che considera una soluzione parziale, tecnologicamente instabile e geopoliticamente pericolosa. Secondo lui:

  • L’eolico e il solare sono intermittenti, e rendono le reti elettriche vulnerabili ai blackout.
  • Le batterie non sono ancora pronte per il “salto di scala” che servirebbe.
  • La produzione di pannelli e turbine è concentrata in pochi Paesi, come la CINA, rendendo l’Occidente dipendente da regimi autoritari per le sue politiche green.

In alternativa, propone una nuova spinta sul nucleare, che considera l’unica tecnologia realmente in grado di produrre energia a zero emissioni su larga scala, anche se richiede tempo, investimenti e superamento dei tabù culturali.

 

I poveri non possono permettersi il green

Il suo terzo e forse più forte argomento è l’ingiustizia sociale della transizione verde. Le politiche ambientali spinte dall’Occidente, se applicate ai Paesi emergenti, possono bloccare lo sviluppo, aggravare la povertà energetica e causare instabilità politica.

Prende ad esempio il caso dell’AFRICA subsahariana, dove 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità. Proporre loro solo pannelli solari invece di permettere una graduale industrializzazione con carbone o gas è, secondo Shellenberger, una forma di colonialismo morale.

“La transizione energetica deve essere una libertà da conquistare, non un dogma da imporre.”

 

Dove leggere Shellenberger

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