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AdobeStock 70564307 scaled Lungo la spina dorsale dell’Appennino centrale, in particolare tra Abruzzo, Marche e Molise, circolano antichissime leggende che attribuiscono i terremoti a draghi sotterranei, esseri giganteschi e ancestrali che abitano le profondità rocciose. Quando questi mostri primordiali si muovono, le montagne tremano.

In alcune versioni del mito, il drago è incatenato sotto una montagna — spesso il Gran Sasso — e ogni suo sussulto scuote il mondo in superficie. In altri racconti, è un serpente di fuoco, legato al cuore della terra, che si agita nei momenti in cui l’uomo pecca o turba l’equilibrio della natura. Anche qui, il terremoto non è un semplice evento fisico, ma la reazione di un essere senziente, carico di significati morali e cosmici.

 

Questi draghi, simili a quelli delle leggende nordiche ma immersi in un contesto mediterraneo, sono spesso invisibili, ma onnipresenti. Vivono sotto le vette, nei vuoti delle grotte, nei crepacci silenziosi. Il loro potere, pur invisibile, è percepito come assoluto e ineluttabile.

 

Se i draghi e le vipere sono la personificazione della forza distruttiva, i santi rappresentano la speranza salvifica. In moltissimi borghi italiani colpiti da terremoti, la protezione divina viene affidata a figure precise, che diventano patroni locali in seguito a miracoli o apparizioni.

A Nocera Umbra, in Umbria, si invoca San Rinaldo, mentre a Monte Sant’Angelo, in Puglia, è San Michele Arcangelo a proteggere dal male che scuote la terra. Uno dei più celebri è San Gennaro, venerato a Napoli: se il suo sangue si scioglie regolarmente, è segno che i vulcani e le faglie resteranno quieti.

Nel Sannio, durante i terremoti, si portava in processione San Barbato, mentre in Calabria, spesso colpita da scosse devastanti, era diffusa l’invocazione a San Francesco di Paola, considerato in grado di “fermare il mare e le montagne”.

Le processioni durante le scosse erano eventi collettivi potenti, in cui la comunità trovava consolazione e unità, anche se il pericolo non scompariva. I santi diventavano non solo intercessori spirituali, ma anche rappresentanti dell’ordine contro il caos.

 

Tutte queste narrazioni — dai draghi dell’Appennino alla vipera di Benevento, fino all’Orcolat del Friuli — rivelano un’Italia in cui la memoria del terremoto è scritta tanto nelle rocce quanto nei racconti. Ogni area ha il suo “colpevole” mitico, il suo guardiano nascosto da placare o rispettare.

Non si tratta di superstizione ingenua, ma di un linguaggio simbolico che ha permesso a intere generazioni di dare senso a ciò che non potevano controllare.

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