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improvviso gelo di marzo 21

In un’epoca in cui il Riscaldamento Globale domina il discorso pubblico, accade ancora che l’Italia, soprattutto tra la fine di Febbraio e l’inizio di Marzo, venga colta di sorpresa da ondate di gelo e bufere di neve che sembrano strappare il calendario e riportare il Paese nel cuore dell’inverno. Questi episodi non sono semplici anomalie folkloristiche: rappresentano manifestazioni concrete della variabilità climatica naturale, capace di sovrapporsi – e talvolta amplificare – i trend secolari.

 

Dal “Burian” del 2018, che imbiancò Roma, Napoli e le coste adriatiche, al prolungato gelo del Marzo 1987, che seppellì la Puglia sotto cumuli record, passando per eventi analoghi nel 2005, 1971 e 1956, la storia meteorologica italiana è costellata di ritorni furiosi dell’inverno tardivo. Per comprendere appieno questi fenomeni occorre però spingersi indietro di secoli, fino alla Piccola Era Glaciale (circa 1300-1850 d.C.), quando nevicate estreme e gelate persistenti erano più frequenti, e addirittura al 536 d.C., anno in cui una serie di eruzioni vulcaniche islandesi inaugurò la cosiddetta Late Antique Little Ice Age (LALIA), uno dei periodi di raffreddamento più drammatici degli ultimi 2300 anni, con ripercussioni dirette anche sul territorio italiano.

 

Questo articolo, basato su dati provenienti da fonti meteorologiche affidabili, ricostruzioni paleoclimatiche pubblicate su riviste di alto profilo (Nature Communications, Science, Quaternary Science Reviews) e serie storiche omogeneizzate, ripercorre questi eventi con precisione. L’obiettivo è offrire un quadro veritiero e utile: non per negare il cambiamento climatico antropogenico, ma per contestualizzarlo nella lunga storia della variabilità naturale, evidenziando meccanismi fisici – bloccaggi anticiclonici, forzante vulcanica, Oscillazione Nord-Atlantica (NAO) – e lezioni preziose per la resilienza futura.

 

Il 2018: il “Burian” tardivo che sorprese il Centro-Sud

Tra il 25 e il 28 Febbraio 2018 un’ampia irruzione di aria gelida di origine russa-siberiana invase l’Europa centrale e l’Italia, annunciata con diversi giorni di anticipo dai modelli. La sinottica era classica: un potente anticiclone “Hartmut” centrato sulla Lapponia (pressione fino a 1054 hPa il 27 Febbraio) e una debole depressione sul Mediterraneo meridionale, con flusso freddo da est-nordest attraverso il Carso.

L’ingresso in Italia avvenne nella notte tra il 24 e il 25 Febbraio; l’aria artica continentale si propagò rapidamente al Nord, con bora violenta a Trieste – raffiche oltre 100-130 km/h e congelamento degli spruzzi marini.

Le temperature crollarono in modo anomalo per il periodo. Sopra i 1500-2000 metri le minime furono tra le più basse degli ultimi 20-30 anni: -36,6°C al Colle Major del Monte Bianco (4750 metri), -36,0°C alla Capanna Margherita (4554 metri), -29,9°C sulla Marmolada, -29,7°C a Formazza. A quote inferiori si registrarono -21,7°C a Sestriere (2020 metri), -20,4°C ad Asiago, -16,8°C a Bardonecchia, -11,5°C a Fossano, -10,3°C a Buonconvento, -9,6°C a Pontremoli, -9,2°C a Ferrara-San Luca.

La media triennale del periodo 26-28 Febbraio a Torino centro fu di -2,5°C, a Ferrara -3,4°C, a Roma-Ciampino -1,2°C: valori eccezionali per la fine dell’inverno meteorologico.

Le nevicate furono l’aspetto più spettacolare. Al Nord:

3 centimetri a Torino, fiocchi a Genova, accumuli fino a 53 centimetri in quattro giorni a Balme. Il 1° Marzo, con l’addolcimento del flusso, cadde neve farinosa su Emilia-Romagna, Toscana e Marche – 10 centimetri alla Spezia, 2-3 centimetri a Pisa e Firenze, 10 centimetri a Pontremoli – accompagnata da gelicidio che bloccò l’A14 tra Imola e Fano, tratti dell’Autosole appenninica e la ferrovia Parma-La Spezia.

Ma fu il Centro-Sud a regalare le immagini più iconiche: il 26 Febbraio neve a Roma con 7-8 centimetri nei dintorni del Collegio Romano; il 27 Febbraio 5 centimetri a Napoli, spruzzate a Bari e Olbia, 20 centimetri al mare a Vieste, fino a quasi 1 metro sul Gargano interno. Neve sul mare fino a Napoli, Bari e Olbia, imbiancate sulla Riviera di Ponente, come a Sanremo.

Gli impatti furono immediati: trasporti in difficoltà a Roma, scuole chiuse, ritardi ferroviari, gelicidio paralizzante al Nord, danni agricoli alle colture primaverili anticipate. L’episodio dimostrò come un blocco anticiclonico scandinavo, favorito da un precedente stratwarming e da dinamiche del Vortice Polare, possa ancora oggi riportare isoterme di -12/-15°C a 850 hPa sul Nord Italia a fine inverno.

 

Il marzo 1987: due settimane di gelo siberiano, la Puglia sotto la neve

Ancora più prolungato fu l’episodio del Marzo 1987, tra i più anomali del secondo Novecento per durata e intensità al Sud. Dal 3-4 Marzo al 18-20 Marzo circa, un anticiclone russo-siberiano esteso dal Baltico alla Penisola Iberica convogliò aria artica continentale accumulata durante l’inverno 1986-87.

Le temperature minime scesero fino a -10°C in Pianura Padana, -5/-7°C a Firenze, valori prossimi allo zero a Roma e Napoli, con gelate persistenti per oltre due settimane su Murge e Tavoliere. Le massime diurne spesso non superarono +3/+5°C al Nord e al Centro.

Le nevicate furono eccezionali in Puglia: tra il 6 e l’11 Marzo bufere dal Gargano al Salento. Accumuli record a Castellana Grotte (80 centimetri), Turi (76 centimetri), Gioia del Colle (72 centimetri), Casamassima (55 centimetri), Lizzano (45 centimetri), oltre 30 centimetri a Lecce e Brindisi, 4 centimetri a Santa Maria di Leuca. La neve resistette ai bordi delle strade fino ad Aprile.

L’impatto fu devastante per l’agricoltura pugliese: oliveti e frutteti in fiore compromessi, viabilità bloccata, trasporti paralizzati. L’episodio stabilì diversi record mensili e rimane uno degli eventi di riferimento per il Marzo italiano.

 

Dalla Piccola Era Glaciale al 536 d.C.: quando il freddo cambiò la storia

Durante la Piccola Era Glaciale gli inverni in Europa meridionale furono mediamente più freddi e nevosi. Serie storiche come quella di Parma (dal 1777) mostrano una maggiore frequenza di giorni con neve nella fase finale della LIA, associata a minimi solari e persistenti blocchi anticiclonici scandinavi.

La laguna di Venezia gelò più volte tra il Seicento e l’Ottocento; i ghiacciai alpini raggiunsero massimi avanzamenti tra il 1780 e il 1850. Inverni memorabili come il 1709 o il 1788-89 portarono gelo e nevicate tardive diffuse.

Ancora più estremo fu il 536 d.C., inizio della Late Antique Little Ice Age. Eruzioni vulcaniche islandesi iniettarono aerosol nella stratosfera, schermando la radiazione solare per mesi. Le temperature estive europee calarono fino a 2,5°C. Cronache dell’epoca, da Procopio a Cassiodoro, descrivono un sole offuscato e stagioni stravolte.

In Italia le conseguenze furono carestie, crisi agricole, vulnerabilità sanitaria. Il raffreddamento coincise con la Peste di Giustiniano del 541 d.C. e con profonde trasformazioni sociali e politiche nell’area mediterranea.

 

Il ritorno possibile dell’inverno

Le bufere tardive in Italia non appartengono solo al passato remoto. Il 2018 e il 1987 dimostrano che, anche in un contesto di Riscaldamento Globale, la variabilità naturale può generare episodi di gelo intenso tra Febbraio e Marzo.

La storia climatica – dalla Piccola Era Glaciale alla LALIA – insegna che il sistema atmosferico può produrre estremi improvvisi quando si combinano NAO negativa, blocchi scandinavi e dinamiche del Vortice Polare.

Studiare questi eventi con rigore scientifico, dalle carote di ghiaccio alle serie nivometriche storiche, significa prepararsi meglio. L’inverno può ancora tornare furioso. La differenza, oggi, la fa la conoscenza.

 

Crediti

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