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El Niño 2026: l’evento climatico che potrebbe riscrivere i record

I segnali che arrivano dall’Oceano

Da settimane, ormai, la comunità scientifica tiene gli occhi puntati sul Pacifico. I dati convergono, i modelli si accordano, e il quadro che emerge è difficile da ignorare: El Niño potrebbe fare il suo ritorno nel 2026, e farlo con una forza che pochi si aspettavano. Non è un’oscillazione di routine. È qualcosa di potenzialmente diverso, in effetti, qualcosa che alcuni centri di modellistica descrivono già come un evento di portata storica.

Una prima certezza, per quanto cauta, si può già fissare: quasi sicuramente avremo a che fare con El Niño a cavallo tra il 2026 e il 2027. Il che, tradotto in termini concreti, significa anni con ogni prerequisito per scalzare i valori più alti mai registrati nella serie storica delle temperature globali. La combinazione tra il Riscaldamento Globale di origine antropica e la spinta naturale del fenomeno rischia di portarci in un territorio climatico che, finora, non abbiamo mai davvero attraversato.

 

Moderato, forte o Super El Niño?

Il vero nodo della questione, diciamolo subito, è l’intensità. Lo scenario attualmente più probabile parla di un evento moderato o forte, con anomalie termiche nel Pacifico Equatoriale comprese tra 1 e 2°C. Già questo basterebbe, da solo, a innescare reazioni a catena su scala planetaria, come chiunque abbia vissuto gli effetti degli episodi passati può immaginare.

Eppure, non mancano i modelli che prospettano qualcosa di più estremo. Un cosiddetto Super Niño, cioè un evento con anomalie superiori ai 2°C, non è fuori discussione. È già successo, basti ricordare il 1983 o il 2016, ma la differenza sostanziale è che oggi quel fenomeno si manifesterebbe in un pianeta già notevolmente più caldo rispetto a pochi decenni fa. E questo, insomma, cambia le proporzioni di tutto quello che potrebbe seguire.

 

Gli effetti globali sopratutto tra Novembre e Marzo

Se un Super Niño dovesse prendere forma, le conseguenze tra Novembre e Marzo sarebbero di prima grandezza. L’atmosfera accumulerebbe concentrazioni record di vapore acqueo, e le Ondate di Calore Marino potrebbero sbiancare i coralli in modo esteso su ampie porzioni del Pacifico e dell’Oceano Indiano.

Sul fronte delle Siccità, Australia, Indonesia, il nord del Brasile e il Sudafrica si troverebbero a fare i conti con stagioni secche prolungate e riserve idriche sotto forte pressione. Dall’altra parte, Perù, Ecuador, il sud degli Stati Uniti e la Penisola Arabica potrebbero essere investiti da piogge torrenziali e inondazioni di intensità raramente vista. L’attività ciclonica, poi, cambierebbe volto in modo netto: meno uragani sull’Atlantico, molti di più, anche di categoria elevata, nel Pacifico orientale.

 

Europa: cosa aspettarsi stagione per stagione

Per la nostra Europa, il quadro non sarebbe meno articolato. Un evento di questa portata porterebbe con ogni probabilità inverni insolitamente miti sulle regioni occidentali e meridionali, accompagnati però da una siccità che potrebbe pesare sull’agricoltura e sui bacini idrici. Gli autunni, caldi e instabili, potrebbero riservare episodi alluvionali localizzati, specie sulle coste del Mediterraneo.

Le estati restano, forse, il capitolo più preoccupante. Le Ondate di Calore si farebbero più intense e frequenti, con il cuore del problema concentrato sull’Europa centro-orientale e sul bacino mediterraneo, Italia compresa. Non mancherebbero, comunque, i contrasti violenti: temporali forti e improvvisi, soprattutto verso ovest, pronti a spezzare la siccità con irruenza. Ogni variabile, naturalmente, dipenderà dalle condizioni iniziali di questo ciclo, che ad oggi appaiono senza precedenti nella storia climatica moderna.


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