
Chi è Judah Cohen e perché il suo parere conta
Judah Cohen è un climatologo americano che da anni studia il legame tra Artico e inverni alle medie latitudini, e in questi giorni sta facendo discutere per le sue prime analisi sulla stagione 2026/27. Bisogna però chiarire subito un punto: le sue non sono previsioni meteo vere e proprie, ma ragionamenti basati su indicatori come la neve eurasiatica, il ghiaccio marino e il comportamento del Vortice Polare, utili per capire dove il freddo ha più possibilità di affacciarsi, senza dare nulla per scontato.
Il Vortice Polare che si allunga
Per capire di cosa si parla, possiamo pensare al Vortice Polare come a una grande trottola d’aria gelida che gira sopra il Polo Nord. Quando è forte e compatta il freddo resta lassù, quando invece si deforma l’aria artica trova la strada verso sud, e nel caso dello stretching il vortice si allunga come un elastico, di solito dalla Siberia al Canada. In uno studio pubblicato su Science, Cohen e colleghi hanno collegato questo allungamento alle ondate di gelo in Asia e Nord America, notando che il fenomeno è diventato più frequente nell’era satellitare. Secondo le sue ultime osservazioni, nelle prossime settimane è atteso il primo episodio robusto della stagione, che però tende a portare il freddo soprattutto su Asia orientale e Nord America orientale, lasciando l’Europa in condizioni più miti, con qualche eccezione verso i Balcani e la Turchia. Per approfondire il comportamento del vortice nelle passate stagioni c’è questa analisi sul Vortice Polare frammentato.
La neve siberiana di ottobre
Cohen osserva da vicino la neve che cade in Siberia durante ottobre, perché un’espansione rapida tende a rinforzare l’anticiclone siberiano e a disturbare il vortice. A inizio mese la progressione appariva lenta, anche se è ancora presto per trarre conclusioni e per lui conta più la distribuzione della neve che la sua estensione totale.
Il peso del super El Niño
Il vero protagonista resta il Pacifico. Il Climate Prediction Center della NOAA, a settembre, stimava oltre il 90% di probabilità di un evento molto forte tra autunno e inverno, con un 75% di possibilità di superare i record dal 1950, mentre il Met Office britannico ha indicato che le anomalie nella regione Niño 3.4 potrebbero oltrepassare i 3°C. Lo stesso Cohen ammette che un El Niño così intenso tende a “oscurare” molti altri segnali, e ricorda che inverni come il 2015/16 e il 2023/24 sono stati miti nonostante gli stretching. Un quadro ripreso anche in questo articolo sul precedente del 2015/16.
E l’Italia cosa deve aspettarsi
Per il nostro Paese il segnale è meno freddo rispetto a quello americano o asiatico. Alcuni modelli matematici stagionali, come quelli dell’ECMWF, vedono un vortice nella norma fino a metà dicembre e un possibile Stratwarming tra fine anno e gennaio, mentre ricerche come quella di Ineson e Scaife su Nature Geoscience hanno mostrato che un El Niño intenso può indebolire il vortice nella seconda parte dell’inverno. Va considerato anche il Mediterraneo molto caldo, perché un’eventuale irruzione artica, pure breve, troverebbe tanta umidità disponibile e potrebbe dare neve abbondante fino in pianura al Nord, sul modello di febbraio 2018, anche se oggi questo scenario resta un’ipotesi. Le implicazioni per la Penisola sono raccontate anche in questo approfondimento su El Niño e l’inverno in Nord Italia e nelle conseguenze per autunno e inverno.
L’incertezza resta alta, e i prossimi passaggi da seguire saranno la neve siberiana di ottobre, i blocchi anticiclonici su Urali e Scandinavia e l’evoluzione del vortice nelle settimane a venire.
Credit
- NOAA Climate Prediction Center – ENSO Diagnostic Discussion
- Met Office – An “unprecedented” El Niño and its implications for the weather forecast
- Ineson & Scaife, Nature Geoscience – The role of the stratosphere in the European climate response to El Niño

