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La Porta dell’Inferno: un cratere che brucia da mezzo secolo nel deserto del Turkmenistan

Una voragine nel deserto che nessuno riusciva a spegnere

Nel cuore del deserto del Karakum, in Turkmenistan, a circa 270 chilometri dalla capitale, c’è una voragine larga una settantina di metri e profonda tra i 20 e i 30 metri che di notte si vede da lontano, perché fondo e pareti sono punteggiati da centinaia di piccole fiamme alimentate dal gas naturale che risale dal sottosuolo. Il racconto più diffuso, che abbiamo ripreso più volte parlando della Porta dell’Inferno, vuole che nel 1971 una trivellazione sovietica abbia fatto crollare il terreno sopra una cavità piena di gas e che i tecnici lo abbiano incendiato convinti che si sarebbe esaurito in poche settimane, cosa che come sappiamo non è andata così.

 

Il metano, un combustibile che arriva dal basso

A tenere vivo il fuoco è il metano, il componente principale del gas naturale, che da quelle parti non manca visto che il cratere si trova sopra il bacino dell’Amu Darya, uno dei più ricchi di idrocarburi dell’Asia Centrale. Bruciarlo resta comunque meglio che lasciarlo libero, perché il metano disperso è un gas serra molto potente dell’anidride carbonica, e le dispersioni in atmosfera influenzano di parecchio sul Riscaldamento Globale.

 

Cosa raccontano i satelliti

Un gruppo dell’Università Politecnica di Valencia, analizzando i dati termici dei satelliti Landsat, ha collocato l’inizio delle fiamme tra la fine del 1987 e l’inizio del 1988, quindi molto dopo la data tramandata, mentre sensori iperspettrali come l’italiano PRISMA e l’americano EMIT della NASA hanno misurato emissioni residue tra 1.000 e 3.000 chilogrammi di metano l’ora.

 

Un fuoco che si sta affievolendo

Dopo anni di annunci il governo turkmeno ha deciso di chiudere la voragine e nel 2025 la compagnia statale Turkmengaz ha dichiarato di aver ridotto l’incendio di circa tre volte, perforando pozzi tutt’intorno per catturare il gas prima che arrivi in superficie, tanto che chi la visita oggi trova più braci che fiamme. Per i turisti è una piccola delusione, per il clima una buona notizia, e la storia di questo errore umano nel deserto potrebbe davvero avvicinarsi alla fine.

 

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