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Vortice Polare che influenza Europa: Italia in attesa. Mappa didattica.

Puntuale come le prime nebbie d’ottobre in Pianura Padana, torna ogni anno la stessa scena: qualcuno annuncia la rottura del Vortice Polare e, a ruota, un inverno di gelo. È un cortocircuito bello e buono, perché quel vortice non porta il freddo da noi come un camion che scarica la merce, ma cambia le probabilità che le correnti atlantiche scendano di latitudine e che il tempo prenda una piega anziché un’altra, ed è da qui che parte ogni tendenza a lungo termine fatta come si deve.

 

Due vortici diversi, spesso confusi

In inverno sopra il Polo lavorano due strutture distinte, che i titoli mescolano di continuo: il Vortice Polare Stratosferico vive tra 10 e 50 chilometri di quota, è un anello di venti occidentali attivo da novembre a marzo e serve per ragionare a due-sei settimane; si misura con il vento a 10 ettopascal alla latitudine di 60 gradi nord, e quando quel vento si inverte e gira da est si parla di Stratwarming, il riscaldamento improvviso della stratosfera. Il vortice troposferico sta invece tra 5 e 10 chilometri, è la sacca fredda delle mappe di tutti i giorni e si deforma anche senza eventi in quota. Il ponte verso il suolo è la NAO, l’oscillazione nord-atlantica: vortice robusto vuol dire più spesso NAO positiva e correnti miti, vortice fiaccato più spesso NAO negativa, con l’aria fredda libera di scendere.

 

Come un ribaltone a 30 chilometri arriva fino a casa nostra

Il meccanismo è noto dai primi anni Duemila: l’anomalia nasce in alta quota e, in una parte dei casi, scivola verso il basso in una-tre settimane, restando poi nella bassa atmosfera da due a otto settimane. Dopo uno Stratwarming la corrente a getto atlantica in media si abbassa, il Nord Europa e la Scandinavia diventano più freddi e asciutti e il Mediterraneo riceve più perturbazioni. Uno studio del 2019 sugli estremi europei ha misurato la parte fredda, con buona parte della Scandinavia più fredda di almeno 1°C e le notti più rigide della stagione più fredde di almeno 2°C.

Per l’Italia, va detto senza giri di parole, lo Stratwarming non vuol dire anzitutto anticiclone gelido, ma statisticamente più pioggia e più affondi verso il bacino, e il gelo arriva solo se una saccatura – la piega della corrente che scende verso sud – va a pescare aria continentale. Le ricerche sui danni da tempesta trovano infatti più episodi sulla Penisola e sui Balcani dopo il collasso del vortice, come avevamo già spiegato raccontando perché uno Stratwarming non garantisce il gelo.

 

Quanto è affidabile questo segnale

Su Isole Britanniche ed Europa centrale solo il 45% circa degli eventi è seguito da un periodo più freddo della media, e tra il 40 e il 50% delle ondate fredde europee è preceduto da un disturbo stratosferico, quindi l’altra metà arriva per conto proprio. Il collasso, insomma, non equivale a un’ondata di gelo, alza il rischio per qualche settimana sopra la normale climatologia. A Londra i giorni con neve diventano circa il 40% più probabili, un effetto visibile soprattutto dove di solito nevica poco. Conta anche il tipo di crollo: se il vortice si sposta senza spezzarsi il freddo punta l’Eurasia, se si divide in due lobi uno può mirare all’Europa e l’altro al Nord America, come nel gelido febbraio 2018.

 

Il ponte tra El Niño e l’Europa

È questa la catena che rende interessante la stagione. El Niño scalda il Pacifico equatoriale, approfondisce la depressione delle Aleutine e aumenta le onde atmosferiche dirette verso la stratosfera, col risultato medio di un Vortice Polare più caldo e più debole; nei modelli matematici la frequenza degli eventi cresce con l’intensità dell’anomalia oceanica, fino a un +60% negli esperimenti più estremi, con il picco tra gennaio e febbraio, ed è per questo che gennaio e febbraio restano i mesi chiave. L’impronta europea di El Niño emerge però soprattutto negli inverni in cui il vortice cede, perché il Pacifico non comanda la stratosfera, la rende fragile, mentre l’innesco resta legato ad altro, dall’alta pressione sugli Urali alla neve siberiana d’autunno. Pesa parecchio anche la QBO, l’oscillazione dei venti equatoriali in stratosfera: El Niño con QBO orientale mette il vortice in difficoltà, con QBO occidentale le due spinte si contrastano. Rianalisi e modelli matematici, comunque, non concordano del tutto sulla frequenza degli eventi.

 

Cosa si può dire oggi sull’inverno 2026-2027

A inizio ottobre nessuno può prevedere la data di un collasso stratosferico, dato che su un singolo evento la previsione regge di norma sotto le due settimane, e i sistemi stagionali indicano solo lo stato medio atteso. Le ultime emissioni dei centri europei mostrano venti stratosferici in indebolimento tra fine dicembre e gennaio, più del normale ciclo di stagione e coerenti con un El Niño molto forte, ma resta un segnale d’insieme e non un appuntamento col gelo. Alcuni monitoraggi di questo inizio autunno vedono un vortice in formazione piuttosto vigoroso, con QBO occidentale, la fase che di solito lo sostiene, anche se i modelli matematici per questo mese lo disegnano allungato verso il Canada. Lo schema più credibile resta a due tempi, in linea con quanto indicato dal Met Office: prima parte con flusso atlantico prevalente ed Europa spesso mite, pieno inverno e fase finale con probabilità crescente di cedimento.

 

Che tempo farebbe, area per area

Con vortice disturbato Scandinavia, Regno Unito ed Europa nord-orientale vanno verso più freddo e neve nell’entroterra, l’Europa centrale resta in bilico e il Mediterraneo occidentale riceve più perturbazioni, con rischio alluvionale locale più alto. Sulle Alpi nevica se l’aria fredda si infila sotto le perturbazioni, altrimenti piove fino a quote elevate, e la Pianura Padana, nel Nord Italia, gela solo con affondi da nord-est, mentre da ovest arriva tempo mite e piovoso. Con vortice forte si ribalta tutto: mite, umido e ventoso sul Nord del continente, più anticicloni e siccità sul bacino.

 

Le frasi da non scrivere

Scrivere che il vortice si spezzerà e l’Italia avrà l’inverno più freddo di sempre è un salto logico, così come dire che El Niño distrugge la stratosfera, quando invece la predispone. Anche il freddo garantito da dicembre contraddice i dati, perché la finestra meglio documentata va da gennaio a marzo, e chi lo vende come certezza carica di allarmismo un segnale debole.

 

Le quattro spie da tenere d’occhio da novembre

Se il vortice tiene, il freddo artico resta confinato e da noi vincono le correnti oceaniche miti; se cede, la NAO vira in negativo e il Mediterraneo diventa un corridoio di perturbazioni. Più che la data del crollo, da novembre conterà il monitoraggio di quattro spie: la forza del vento a 10 ettopascal, il flusso di onde verso la stratosfera, la fase della QBO e, a evento avvenuto, la discesa effettiva dell’anomalia verso il basso, quella che lo scorso inverno aveva portato effetti al suolo ben visibili. Da quel momento, e non prima, si smette di fare analogie climatiche e si torna a fare meteorologia.

 

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