
La neve siberiana e il rischio di freddo in inverno
Secondo la teoria di Judah Cohen, quando la neve avanza in fretta sulla Siberia, soprattutto tra la fine di settembre e ottobre, aumenta il rischio che nei mesi successivi arrivino ondate di freddo e neve alle medie latitudini, anche se questo segnale parrebbe funzionare molto meglio per il Nord America, in particolare per l’Est e il Centro degli Stati Uniti, che per l’Europa. Cohen, che lavora all’Atmospheric and Environmental Research e al MIT, ha costruito questo approccio a partire dagli anni ’90 mettendo insieme osservazioni e modelli matematici, e lo ha poi descritto in diversi studi scientifici, come quello uscito nel 1999 su Geophysical Research Letters insieme a Entekhabi e altri lavori pubblicati sul Journal of Climate, mentre un articolo di sintesi su Science del 2015 spiega bene il meccanismo.
Come funziona il meccanismo in sei passaggi
- Se a ottobre la neve copre in fretta una vasta area della Siberia e dell’Eurasia, il suolo si raffredda e l’Anticiclone Siberiano si rinforza, perché l’aria vicino al terreno diventa più fredda e pesante.
- Questo fa crescere delle grandi ondulazioni nell’atmosfera, le cosiddette onde planetarie (Onde di Rossby), che spingono energia verso l’alto.
- Tra novembre e dicembre questa energia arriva nella stratosfera, lo strato d’aria che inizia a circa 10.000 metri di quota, e può favorire uno Stratwarming, cioè un riscaldamento improvviso lassù, oppure disturbare il Vortice Polare. Ovviamente, solo teoricamente.
- Il Vortice Polare stratosferico, il grande giro di venti freddi che ruota sopra il Polo Nord, si indebolisce, si allunga come un elastico oppure si spezza in più parti.
- La Corrente a Getto, il fiume di venti forti che separa l’aria fredda da quella più mite, comincia a fare ampie curve e l’Oscillazione Artica (AO) passa in fase negativa. In questa circostanza, l’aria gelida artica può scendere verso le medie latitudini, quindi anche verso di noi, in teoria. L’aria fredda ogni anno scende da nord, ma abbiamo visto che interessa altre aree e non l’Italia, il ché sarà casualità, altro, non ci sono studi, e non sempre si deve dare la colpa al cambiamento del clima che pure ha una sua marcata rilevanza. Qualche anno fa ci fu un’ondata di gelo e neve in Spagna come non succedeva da decenni, lo scorso inverno, nell’emisfero sud, si sono viste nevicate nell’area di Buenos Aires come non succedeva da 20 anni, e addirittura nel nord dell’Isola maggiore della Nuova Zelanda.
Cohen e i suoi collaboratori hanno creato un indice che misura quanto velocemente avanza la neve sull’Eurasia (lo Snow Advance Index), guardando soprattutto la Siberia meridionale, la Mongolia e l’Asia Centrale, e hanno visto che quando a ottobre la neve corre veloce, in inverno crescono le probabilità di AO negativa e di freddo. Statisticamente questo segnale ha funzionato meglio per l’Est degli Stati Uniti e per alcune zone dell’Asia Orientale, mentre per l’Europa è incerto e meno diretto. C’è un dettaglio che rilevante su questo stiudio. Siccome la neve rimanda indietro il 70-80% della luce del sole contro circa il 20% del terreno scoperto, e così il raffreddamento locale si amplifica e finisce per influenzare anche il tempo in aree lontanissime. Cohen ha riportato che le sue previsioni stagionali costruite anche su questo segnale hanno azzeccato circa il 75% delle volte, soprattutto per gli Stati Uniti. Ma per l’Europa non ci sono studi in merito. Il MetOffice è molto attivo sulla variabilità del Vortice Polare, ad esempio, ma gli americano sullo studio del Vortice Polare sono attivissimi, ma anche perché ne pagano con la sua influenza con incredibili ondate tempeste di neve e gelo.
Per quanto riguarda l’Europa, Cohen riconosce che un legame esiste, con più probabilità di freddo sul Nord Europa, sul Regno Unito e sull’Europa Centrale quando la neve avanza in fretta e il vortice polare è debole, ma l’affidabilità è più bassa. Analisi recenti, che hanno messo alla prova la teoria su circa 47 inverni, mostrano che il segnale ha funzionato meglio in certi periodi, come all’inizio degli anni 2000, mentre in altri si è indebolito o addirittura ribaltato, e insomma un inverno con tanta neve in Siberia non garantisce affatto il freddo in Europa. Quando il Vortice Polare si allunga il freddo tende a scendere verso l’Asia Orientale e l’Est del Nord America, lasciando spesso l’Europa più mite, con qualche eccezione sui Balcani e sulla Turchia. Ci sono poi altri fattori che possono modificare o cancellare il segnale siberiano, come El Niño e La Niña nel Pacifico (effetti e conseguenze irregolari) il ghiaccio marino artico nei mari di Barents e Kara, la QBO (un’alternanza dei venti nella stratosfera sopra i tropici che cambia direzione circa ogni due anni) e i blocchi di alta pressione sugli Urali e sulla Groenlandia. Gli studi più recenti di Cohen e del suo gruppo collegano più neve in autunno a episodi più frequenti di vortice allungato, con effetti che riguardano soprattutto gli Stati Uniti.
Quindi, questo sembra essere più a favore dell’America del Nord, ma per l’Europa c’è altro.
Meno irruzioni di aria fredda siberiana verso l’Europa
Il Riscaldamento Globale, con l’Amplificazione Artica (l’Artico che si scalda più in fretta del resto del pianeta), e i cambiamenti nella circolazione dell’atmosfera hanno ridotto quante volte, quanto a lungo e con quanta forza arrivano molte delle ondate di freddo continentale più intense. Diversi studi, come quelli usciti su Science Advances nel 2024 e su The Conversation nel 2026, mostrano meno giorni di freddo intenso e ondate meno rigide, di circa 0,3°C in meno ogni dieci anni a livello dell’intero emisfero, mentre in Europa le ondate di freddo risultano più calde di 0,6-0,9°C per decennio. La Siberia si sta scaldando, il manto nevoso d’autunno cambia parecchio da un anno all’altro, l’Anticiclone Siberiano è diventato più irregolare e anche la Corrente a Getto ne risente, eppure gli episodi estremi restano possibili per via della variabilità naturale, dei blocchi anticiclonici o dei disturbi al Vortice Polare. Alcuni lavori collegano l’Amplificazione Artica a una corrente a getto più ondulata e a irruzioni fredde in certi periodi, mentre altri vedono nel complesso una diminuzione degli estremi freddi, in linea con quanto indicano i modelli matematici sul clima. Il serbatoio di freddo in Siberia c’è ancora, ma le situazioni capaci di scaricarlo davvero sull’Europa Occidentale e Meridionale sono diventate meno frequenti o durano meno, e fonti italiane e scientifiche citano come esempi il Burian del 2012 e del 2018, che negli ultimi anni si è visto sempre più di rado.
Inverno 2025-2026, gelo in Scandinavia e Baltico ghiacciato
Nell’inverno 2025-2026 c’è stata una fase di freddo intenso e lungo sulla Fennoscandia, cioè Scandinavia e Finlandia, tra la fine di dicembre 2025 e gennaio 2026, con le due settimane dal 31 dicembre al 13 gennaio che sono risultate tra le più fredde dal 1987, o in qualche località addirittura da record ancora più vecchi, complice un’alta pressione che non se ne andava, l’arrivo di aria gelida e il forte raffreddamento delle notti serene. Il Mar Baltico ha raggiunto un’estensione massima del ghiaccio di circa 181.000 chilometri quadrati, un valore nella media recente ma, secondo alcune classifiche, il più importante dall’inverno 2010-2011, con ghiaccio abbondante anche lungo le coste tedesche di Rügen e Usedom e su quelle polacche, in fasce larghe e in certi punti piuttosto spesse che hanno ostacolato la navigazione e reso necessari i rompighiaccio. Tutto questo poteva far pensare a un’irruzione di freddo verso sud e verso l’Europa Centrale, ma alla fine non si è tradotto in ondate di gelo prolungate sull’Italia.
A rompere la dinamica invernale ci ha pensato una forte espansione dell’alta pressione, di origine subtropicale, africana o azzorriana, con blocchi sulla Penisola Iberica, sul Mediterraneo Occidentale o sul Nord Europa, che ha portato condizioni più miti e stabili partendo dalla Penisola Iberica per poi arrivare sull’Italia. È una situazione in linea con la tendenza recente a blocchi anticiclonici più frequenti o più forti, che frenano la discesa dell’aria fredda continentale e favoriscono l’arrivo di correnti miti, tant’è che l’inverno non è stato mite ovunque, visto che il freddo nordico e il ghiaccio del Baltico sono ben documentati, ma le ondate dirette verso il Mediterraneo sono state spezzate o comunque smorzate.
Le fluttuazioni del clima e la storia recente in Italia
Il cambiamento climatico di fondo, cioè il riscaldamento, convive con una variabilità che cambia da un anno all’altro e da un decennio all’altro, e con le grandi configurazioni della circolazione come AO, NAO (Oscillazione Nord Atlantica), ENSO e il Vortice Polare. Nel decennio 2000-2010, e negli anni lì intorno, l’Italia ha vissuto fasi più nevose e gelide, come l’inverno 2009-2010, con tanta neve in Pianura Padana ed episodi fino a Roma, poi il 2010-2011 e soprattutto il febbraio 2012, con gelo intenso, neve eccezionale sull’Emilia-Romagna e sul versante adriatico e temperature da record in Abruzzo, fino a -37,4°C. L’inverno 2012-2013 è stato abbastanza freddo e movimentato in alcune zone, soprattutto al Nord Italia, con notevoli nevicate, ma senza i picchi estremi del 2012 e con più perturbazioni sul Mediterraneo, e più che interrompere di colpo una tendenza ha segnato il passaggio verso configurazioni più miti, poi diventate prevalenti.
Le ondate di gelo più recenti:
- Gennaio 2017: ondata di aria fredda artica e continentale, il cosiddetto Burian, dal 5 al 12 gennaio (in alcune zone fino al 21), con neve abbondante fino alle coste dell’Adriatico tra Marche, Abruzzo, Molise, Puglia e Salento, accumuli di 10-20 centimetri e anche di più sulle coste e oltre un metro in collina e sulle Murge, oltre a un freddo intenso su gran parte del Centro-Sud e del versante adriatico.
- Fine febbraio 2018: irruzione di aria gelida russa e siberiana intorno al 25-27 febbraio, con circa 10 centimetri di neve a Roma e neve anche a Napoli, un evento raro e piuttosto tardivo, oltre che sulle zone adriatiche e interne, ed è stato uno degli ultimi episodi importanti di questo tipo su larga scala.
Un indicatore utile, ma non una certezza
In sintesi, la neve siberiana di ottobre resta un indicatore utile, soprattutto per il Nord America e come uno degli elementi che possono indebolire il Vortice Polare, ma non decide da sola come andrà l’inverno, specie in Europa. Il riscaldamento riduce quante volte e con quanta forza arrivano le irruzioni fredde più severe, però la variabilità naturale lascia ancora spazio agli episodi estremi, come hanno dimostrato il 2012, il 2017, il 2018 e il freddo nordico con il ghiaccio sul Baltico del 2025-2026. Le configurazioni di alta pressione subtropicale possono interrompere in fretta la dinamica invernale sul Mediterraneo, come è successo di recente nel febbraio 22026, ed è per questo che le previsioni stagionali devono mettere insieme più fattori, dalla neve al ghiaccio artico, da ENSO alla QBO fino agli insiemi di modelli matematici, restando comunque previsioni di probabilità e quindi incerte.
Credit
- Arctic Oscillation and Polar Vortex Analysis and Forecasts – Atmospheric and Environmental Research
- Linking Arctic variability and change with extreme winter weather in the United States – Science

