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Milano come non l’abbiamo più vista

Un’ondata di gelo forte come quella del gennaio 1985 può ancora colpire l’Europa, ma è diventata più rara e, anche quando l’atmosfera si mette nella stessa identica posizione, tende a essere un po’ meno estrema perché tutto il clima di fondo che è più caldo. Non c’è un ostacolo fisico che la renda impossibile, dato che i meccanismi che la scatenano esistono ancora: l’indebolimento o la rottura del Vortice Polare, lo Stratwarming (cioè il riscaldamento improvviso degli strati alti dell’atmosfera sopra il Polo Nord), i grandi anticicloni che fanno da muro e le correnti fredde da est e nord-est. Il vero limite è un altro, e cioè che si parte da temperature più alte, la neve al suolo è meno presente e quindi il terreno riflette meno la luce del sole, e in generale i picchi di freddo si sono un po’ smussati nel tempo. Questo in teoria, ma quello che manca è la configurazione atmosferica ideale.

 

Il gennaio 1985 e i numeri che lo hanno reso storico

Quello del 1985 fu un evento davvero fuori scala per durata, estensione e intensità. A innescarlo fu uno Stratwarming di fine dicembre 1984 che spezzò in due il Vortice Polare in Stratosfera, aprendo la strada all’aria gelida artica e siberiana verso l’Europa centrale e meridionale, con un grande blocco anticiclonico e correnti da nord-est. Si toccarono valori incredibili come i -41°C in Francia, nel dipartimento del Doubs, i -39,5°C in Serbia, i -23,2°C a Firenze Peretola e temperature vicine o sotto i -25/-28°C in Pianura Padana, alcune non ufficiali ma comunque documentate con metodi riconosciuti dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Nevicò tantissimo, con oltre un metro di neve in alcune zone del Nord Italia, ci furono centinaia di morti in Europa e disagi enormi, come si ricorda uno dei nostri tanti articoli: come nacque l’ondata di gelo del 1985.

Episodi simili, magari meno estremi o di durata diversa, si sono ripetuti anche dopo, quando il Riscaldamento Globale era già in corso: a febbraio 2018 il cosiddetto “Beast from the East”, anche lui preceduto da uno Stratwarming e dalla rottura del Vortice Polare, portò la neve fino a Roma e Napoli, un freddo intenso nel Regno Unito e nei Balcani, come raccontato nell’approfondimento sulle grandi ondate di gelo dal 1985 al 2018. Poi c’è stato marzo 1987, con un’irruzione siberiana tardiva e nevicate eccezionali in Puglia e lungo l’Adriatico, fino a 70-80 centimetri sulle Murge, il gennaio 1999 con punte sotto i -50°C in Lapponia e freddo che scivolava verso sud, e l’inizio di aprile 2003, con freddo e neve fuori stagione su parte del Centro-Nord, poco prima di un’estate rovente. Tutti questi casi ci dicono che le “porte” del freddo da est possono ancora aprirsi anche in un clima più caldo.

 

Di quanto si è scaldata l’Europa dagli anni Ottanta

L’Europa è il continente che si sta scaldando più in fretta. Secondo i dati del servizio europeo Copernicus:

  • rispetto al periodo 1850-1900, prima dell’industrializzazione, il riscaldamento è di circa 2,5°C guardando le medie degli ultimi cinque anni, contro circa 1,4°C a livello mondiale;
  • dagli anni Ottanta l’Europa si scalda a un ritmo più che doppio rispetto alla media del pianeta;
  • negli ultimi trent’anni, più o meno dal 1996 al 2025, l’aumento è stato di circa 0,56°C ogni dieci anni, mentre nel mondo siamo intorno a 0,27°C, e considerando il periodo dal 1979 a oggi si sta attorno a 0,47-0,49°C ogni dieci anni;
  • l’inverno si è scaldato soprattutto nell’Europa centrale e orientale, e alla fine degli anni Ottanta c’è stato un salto piuttosto brusco delle temperature della stagione fredda, di circa 1,2°C secondo alcuni studi.

Un’analisi del progetto europeo XAIDA, che ha provato a “ricostruire” l’evento con la stessa circolazione dell’aria ma con il clima di oggi, stima che quel gelo produrrebbe adesso temperature di circa 1,4°C più alte rispetto al 1985. In Francia, per esempio, la media delle minime su quindici giorni, che allora fu di circa -10,6°C, oggi si fermerebbe intorno a -9,2°C, comunque tra gli episodi più freddi degli ultimi decenni ma non proprio uguale. Le proiezioni dell’IPCC e i modelli matematici regionali indicano che cali di 10-15°C sotto la norma resteranno possibili ancora per decenni, anche se gli eventi di freddo estremo diventeranno via via meno frequenti e meno intensi. Quindi, farebbe freddo, sarebbe per noi europei “siderale”.

 

Perché oggi è più difficile rivedere il gelo del 1985

L’ostacolo principale è che tutta la “scala” delle temperature si è spostata verso l’alto, quindi per arrivare ai record del 1985 servirebbe una situazione atmosferica ancora più estrema, altrimenti l’evento risulta “solo” molto freddo rispetto al clima attuale. Pesa anche la neve, che è sempre meno presente: dagli anni Ottanta i giorni con neve e gli accumuli sono calati parecchio in pianura e sulle Alpi, con più pioggia al posto della neve e uno scioglimento più veloce.

Sul comportamento delle correnti e degli anticicloni di blocco gli scienziati non sono del tutto d’accordo:

  • alcuni studi, come quelli di Judah Cohen e Jennifer Francis, collegano il fatto che l’Artico si scaldi da 2 a 4 volte più in fretta del resto del pianeta a una corrente a getto più ondulata, con più blocchi e più discese di aria fredda alle nostre latitudini, il cosiddetto schema “Artico caldo, continenti freddi”;
  • molti altri lavori basati sui modelli matematici e sulle analisi d’insieme mostrano invece che il freddo estremo è diventato meno frequente e meno intenso sia nel mondo sia in Europa, perché l’effetto del riscaldamento prevale, e l’IPCC nel suo sesto rapporto definisce “virtualmente certo” che dal 1950 frequenza e intensità degli estremi freddi siano diminuite, soprattutto per colpa dei gas serra, mentre studi più recenti sui dati dopo il 1990 confermano questo calo correggendo alcuni errori di copertura dei dati presenti in ricerche precedenti;
  • i blocchi anticiclonici persistenti d’inverno in Europa, che possono sia spingere il freddo da est sia tenere lontane le perturbazioni atlantiche, restano possibili, ma la loro tendenza a lungo termine non è chiara e cambia a seconda di come la si misura e della zona, e intanto gli Stratwarming continuano a verificarsi e possono ancora spingere il freddo verso sud, come successo nel 2018 e come spiegato nell’analisi su perché lo Stratwarming non porta sempre il gelo in Italia.

In pratica le configurazioni “da equilibrista”, con alte e basse pressioni che incanalano il freddo siberiano verso di noi, non sono sparite ma si inseriscono in un clima di partenza più caldo che molto probabilemente ha alterato gli equilibri delle correnti generali in Europa, anche perché parliamo di correnti gelide da est, quindi di venti detti retrogradi, che sono ben meno probabili di un vento da nord o da nordovest. Gli episodi del 1987, del 1999 e del 2018 dimostrano che basta poco per far arrivare un freddo intenso da est, però la probabilità di eguagliare o superare i picchi del 1985 è calata e l’impatto medio viene attenuato dal riscaldamento.

 

Un confronto al volo con il Nord America

Ogni anno sentiamo di gelo in Nord America, ovvero di un’ampia area ad est delle Montagna Rocciose. Qui scendono i venti artici provenienti dal Canada senza trovare ostacolo. Transitano su aree continentali che poi con le nevicate si raffreddano, ed ecco che il gelo può raggiungere, come è avvenuto nei mesi di gennaio 2025 e 2026 le coste persino del Golfo del Messico, e persino influenza il tempo a Cuba, dove a gennaio 2025 si toccò in una località valliva interna la temperatura di 0°C a quote basse. In Europa, l’equivalente vento di nord ovest soffierebbe dalle Isole Britanniche dopo essere transitato nell’Atlantico settentrionale che d’Inverno viene mitigato anche dalla Corrente del Golfo. Così che a New York che è alla stessa latitudine di Napoli, si realizzano blizzard, a Montreal che è simile a quello della Valle Padana si scende anche a -30°C quasi ogni anno con tormente di neve e venti fortissimi.

 

Cosa aspettarsi nei prossimi inverni

Un gelo eccezionale da est resta possibile e potrebbe ancora mettere in crisi settori come energia, trasporti e agricoltura, soprattutto se arriva insieme alla neve e a un blocco anticiclonico che dura a lungo. Rispetto agli anni Ottanta però è meno probabile e in media meno intenso. La Siberia resta un enorme serbatoio di aria gelida e i meccanismi della stratosfera e dei blocchi non sono stati “spenti” dal cambiamento climatico, tanto che anche fattori come El Niño possono indebolire il Vortice Polare, come emerge dalla nostra analisi su El Niño e il rischio gelo in inverno. La scienza insiste sul fatto che bisogna restare preparati a questi estremi, anche se più rari, mentre le temperature medie continuano a salire e la neve in pianura diventa sempre più un ricordo.

 

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